Quando penso che il fondo sia stato toccato, scopro che il fondo è ancora ben lontano dall’essere raggiunto.
Ieri, a 13 miglia nautiche dalla costa Malta, mentre era in attesa di ottenere il permesso per attraccare, la nave di aiuti umanitari destinati a Gaza Conscience di Freedom Flotilla, è stata colpita da un drone israeliano, più volte. Gli attacchi hanno provocato un incendio e la rottura dello scafo che ha iniziato a imbarcare acqua. La nave trasportava 30 operatori umanitari dalla Turchia e dall’Azerbaijan e avrebbe dovuto imbarcare altri attivisti a Malta, tra cui Greta Thunberg.
Ci sono tanti aspetti agghiaccianti di questa storia: il primo è che l’organizzazione Freedom Flotilla ha inviato due imbarcazioni in soccorso, ma che la marina maltese, che fa parte dell’Unione Europea, non ha permesso loro di avvicinarsi. L’altro è il silenzio assordante della politica europea. Quanto successo è un crimine di guerra, avvenuto di notte, come i peggiori attacchi vili e squadristi, in acque internazionali, alle porte dell’Unione Europea, contro una nave disarmata e con fini puramente umanitari.
So che mi ripeterò, ma vi chiedo ancora una volta di immaginare la reazione dei governi europei se l’attacco fosse avvenuto da parte della Russia di Putin nei confronti di un convoglio umanitario con scopi analoghi diretto in Ucraina. O da parte di un qualunque altro paese inviso al mondo occidentale: l’Iran, per esempio. Si parlerebbe di atti di guerra, crimini contro l’umanità. Non vi nascondo che qualche mese fa avevo già fatto questo pensiero maligno: se anche Israele attaccasse alle nostre porte, il silenzio assenso sarebbe ben diffuso.
Il silenzio dell’Europa lascia spazio anche all’eco dei massicci bombardamenti di Israele sulla Siria.
I nostro leader europei, non si sono però fatti sfuggire con solerzia e prontezza di riflessi, in un contesto di generale “distrazione” nei confronti di quello che avviene in Medio Oriente alle popolazioni trucidate da Israele, di prestare solidarietà a Israele per gli incendi avvenuti nei giorni scorsi.
Sia ben chiaro, esprimere solidarietà e disponibilità a prestare il proprio aiuto ad un paese che sta subendo degli incendi gravi è un atto dovuto. Ma è un atto che fa orrore se confrontato con il silenzio nei confronti del genocidio e della totale libertà di azione bellica di Israele ovunque, nonché della situazione umanitaria terribile che stanno vivendo i gazawi.
A Gaza gli aiuti umanitari non entrano da circa due mesi. La descrizione della situazione la lascio a un messaggio che mi ha mandato ieri notte Maysaa:
La farina ha raggiunto il prezzo di 1200 Shekel, praticamente 300 €.
Lo zucchero per 80 Shekel, circa 20 €.
Una porzione di pane saj per 2 è grande non più di 15 cm di diametro e sottile come una cartina per sigarette.
La merce in scatola costa 10 volte il prezzo normale.
Un litro di gasolio per 80 Shekel, equivalenti a circa 20 €
Un chilo di combustibile per generatori di corrente costa 45 Shekel, più di 10 €.
Il trasporto avviene a piedi.
Non ci sono cure per i malati, nemmeno quelli cronici.
Delinquenti, ladri e banditi hanno saccheggiato tutto e temo che stiano saccheggiando anche le case.
Gli affitti sono saliti alle stelle.
L’acqua scarseggia.
Chi ha uno stipendio, ce l’ha ridotto a un terzo.
Non ci sono ospedali, non c’è istruzione, non c’è vita.
Immaginate più di due mesi senza carne, senza pollo, senza pesce, senza uova, senza frutta, senza dolci, senza formaggi, verdure centellinate. La maggior parte del cibo è solo in scatola, o si tratta di cereali se disponibili…
Di fronte a questa crisi, ancora una volta, vi chiedo di diffondere la campagna per le famiglie di Maysaa, Alaa e Dina, ringraziandovi ancora una volta per quanto avete già fatto per loro.
La settimana scorsa sono riuscito a fare arrivare circa 80 € a ciascuna famiglia, ma si è trattata della prima donazione di quest’anno, dopo il periodo natalizio.
Fundraiser by Claudio Avella: Help four families escape from Gaza and cure their children
Intanto, dalle nostre parti dibattiti e le notizie sembrano essere costruiti ad arte per lanciare il fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Il problema principale è chi canta “Palestina libera” sul palco del Primo Maggio, sulle note della canzone Hava Nagila, scritta nel 1918 per festeggiare la vittoria dei britannici contro gli ottomani e la dichiarazione di Balfour, che per aprì la strada al progetto coloniale sionista, proprio attraverso il favore dei britannici.
Le reazioni pavloviane sono arrivate come su un copione che sarebbe di una noia mortale, se non fosse tragico: la comunità ebraica parla di “invocazione della loro distruzione”, David Parenzo ha definito l’esibizione raccapricciante. Eppure io trovo raccapriccianti le immagini dei bambini uccisi da Israele mentre bombarda le tende, o le dichiarazioni che davvero invocano la distruzione dei palestinesi da parte di ampie frange della società israeliana.
O ancora il problema sembrano essere Riccardo Iacona e il suo programma Presa Diretta, che questa settimana ha mandato in onda una puntata con un servizio intensissimo girato da due giovani giornalisti di Gaza sulla tregua e, soprattutto, sulla sua interruzione da parte di Israele, che non ha rispettato gli accordi con Hamas.
Durante il programma era presente anche Francesca Albanese, special rapporteur per le Nazioni Unite nei Territori Occupati Palestinesi, che per una volta tanto non si è sentita chiedere da un giornalista italiano come mai Israele la accusi di essere un’antisemita.
A presentare le accuse di antisemitismo ci ha pensato qualcun altro: l’ex senatore Carlo Giovanardi, l’avvocato Iuri Maria Prado e il semiologo Ugo Volli, che hanno presentato un esposto formale indirizzato al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio. Insomma, un vero e proprio atto intimidatorio di stampo “proto-mafioso” come lo ha definito Francesca Albanese stessa.
Sono atterrito nel pensare che il fondo di questa assurda perdita di umanità potrebbe essere ancora ben lontano dall’essere raggiunto.

